Con “Anime Intossicate”, il duo strumentale UNO&MEZZO firma un esordio (o nuovo capitolo) che è insieme manifesto estetico e atto di resistenza. Dieci tracce da circa un minuto e mezzo ciascuna – come suggerisce il nome stesso della formazione – compongono un lavoro breve, compatto, privo di qualsiasi concessione superflua. Un formato essenziale che rifiuta la dilatazione e sceglie l’impatto immediato.
Il disco affonda le radici in un post rock oscuro e ipnotico, attraversato da elettroniche dal sapore retrò che sembrano emergere da un passato analogico, restituendo un senso costante di inquietudine e sospensione. Ogni brano porta il nome di una sostanza tossica: elementi letali per il corpo umano che diventano, nel concept dell’album, metafora di tutto ciò che lentamente avvelena l’anima nella società contemporanea – alienazione, dipendenze, consumismo, apatia.
“Anime Intossicate” è un lavoro viscerale, nato da un’urgenza creativa dichiarata e da un processo quasi compulsivo, in cui istinto e necessità espressiva hanno avuto la precedenza su ogni razionalizzazione. Un disco che trasforma il suono in linguaggio di denuncia e consapevolezza, e che invita l’ascoltatore a confrontarsi con il disagio del presente senza filtri, senza distrazioni, senza vie di fuga.
In questa intervista per X News, UNO&MEZZO racconta la genesi del progetto, il rapporto tra istinto e forma, il ruolo della sala prove come luogo quasi rituale e l’atmosfera febbrile che ha accompagnato la nascita di un album tanto breve quanto radicale.
Avete parlato di un processo creativo quasi compulsivo: quanto è stato importante non razionalizzare troppo ciò che stava nascendo?
Avevamo l’esigenza di fare qualcosa di viscerale, senza troppi filtri per arrivare ad una nostra versione di “essenzialità”, avevamo bisogno di questo progetto per incontrare, nuovamente e in fretta, il nostro lato creativo che ci rende liberi.
Il dialogo a distanza tra basso, batteria e synth sembra riflettere una comunicazione nervosa, frammentata: è anche una metafora dei rapporti umani oggi?
No non credo, riflette più che altro la mia personalità.
In sala prove i brani hanno trovato la loro identità definitiva: cosa succede in quel passaggio dal flusso istintivo alla forma?
La sala prove è una Chiesa dove si va a pregare e si chiede alla Dea Musica, la sua benedizione. Amen
Avete mai avuto paura che l’urgenza prendesse il sopravvento sulla lucidità compositiva?
Non era importante: facciamo quello che facciamo perché ci serve, ci completa.
Quanto di quel clima “torrido e febbrile” dell’estate in cui è nato il disco è rimasto impresso nel suono finale?
Il suono ha un carattere palustre, sporco e polveroso in cui ho cercato di estremizzare il suono di distorsione del basso, proprio per comunicare un senso di fastidio che come progetto, viviamo guardandoci in giro. L’estate torrida e febbrile piena di bottigline fresche di prosecco, hanno accelerato il processo creativo.

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